
La questione viene sollevata da un articolo del Sole 24 Ore di martedì scorso che segnala i presunti ritardi del progetto, avanzando ipotesi su un possibile fallimento.
Alcuni giorni fa abbiamo riportato la notizia dell’inizio dell’attività del nuovo fab da 300 mm di TSMC di Kumamoto, in Giappone, che è costato 7 miliardi di dollari. La decisone di realizzare il suo primo impianto nel paese del Sol Levante è stata presa da TSMC a fine 2021, i lavori di costruzione dell’edificio sono iniziati ad aprile del 2022 e sono terminati a fine 2023. Il 2024 è servito per installare impianti e attrezzature per dare l’avvio alla produzione che raggiungerà l’obiettivo prefissato di 55.000 wafer/mese entro la fine del 2025. Quattro anni in tutto.
Una tempistica simile, rimanendo sempre in Giappone, è quella del consorzio Rapidus (mai il nome fu più azzeccato!) che consentirà di portare la produzione di chip con nodo di processo a 2 nm in quel paese. Anche in questo caso saranno necessari poco più di 4 anni.
In Italia e in Europa, per qualche incomprensibile ragione, i tempi sono molto più dilatati e, spesso, le iniziative si perdono strada facendo o falliscono.
Nel caso dell’industria dei semiconduttori, un primo piano europeo per rilanciare il settore presentato nel 2013 è rapidamente naufragato nell’indifferenza generale.
Già allora, l’obiettivo era quello di fare raggiungere all’industria europea dei semiconduttori una quota del 20% del mercato globale dei chip. A tale scopo, anche nel 2013 vennero “mobilitati”, come si dice in questi casi, un sacco di soldi, addirittura molti di più di quelli di oggi, ben 100 miliardi di euro.
Di quel piano restano solo i documenti di allora, facilmente consultabili in rete, a testimonianza di un fallimento annunciato. Documenti per alcuni versi esilaranti, come l’intenzione di sviluppare tecnologie di produzione con wafer da 450 mm.
L’attuale Chips Act europeo è stato promulgato a febbraio 2022, preceduto da un anno di confronti tra i rappresentanti dei vari paesi. Nell’aprile 2023 il Parlamento europeo e gli Stati membri dell’UE hanno raggiunto, un accordo politico e nel settembre 2023 la legge è stata definitivamente approvata dal Parlamento europeo.
Da allora sono iniziate le istruttorie sui progetti da finanziare, con l’ultima decisone, quella relativa all’impianto Silicon Box di Novara (sovvenzione di 1,3 miliardi di euro) che è stata approvata nel dicembre scorso. Tenendo conto che l’impianto funzionerà a piena capacità nel 2033, saranno passati 12 anni (se tutto andrà bene) da quando l’Europa ha iniziato a discutere della necessità di rilanciare l’industria europea dei chip.
Il primo dei tre pilastri dell’European Chips Act riguarda la creazione di linee di produzione pilota per accelerare l’innovazione e lo sviluppo tecnologico, un’iniziativa finanziata con 3,3 miliardi di euro di fondi della Comunità.
Nell’aprile 2024 il Public Authorities Board del Chips Joint Undertaking ha selezionato quattro progetti candidati a ricevere (a condizione che le trattative abbiano esito positivo) sovvenzioni per l’impostazione, l’integrazione e lo sviluppo dei processi, nonché per le attività operative.
Uno dei progetti approvati riguarda una linea Pilota per le tecnologie WBG (Wide Band Gap) da realizzare in Italia. L’iniziativa avrà un budget di oltre 362 milioni di euro, di cui 181 provenienti dai fondi UE e altrettanti messi a disposizione dai governi nazionali.
Coordinatore del progetto è il Cnr (Consiglio Nazionale delle Ricerche) con la partecipazione della Fondazione Bruno Kessler, della Fondazione Chips.it, costituita di recente con lo scopo di rafforzare l’attività di progettazione di microchip, e di IU-NET, il Consorzio Nazionale Interuniversitario per la Nanoelettronica.
Per dare forma giuridica al progetto, a luglio 2024 è stato costituito tra i quattro enti il consorzio “CHIP4POWER”, soggetto attuatore del progetto.
In sede di costituzione del Consorzio, è stato anche stabilito che l’amministrazione sarà affidata per tre mandati a un Consiglio di Amministrazione composto da sette membri, quattro dei quali su nomina Cnr – Stefano Fabris, Vittorio Privitera, Caterina Vozzi, Claudia Wiemer -, e uno indicato da ciascun altro socio: Andrea Simoni per FBK, Enrico Sangiorgi per Chips.it e Gaudenzio Meneghesso per IU.NET.
Presidente del Consorzio è stato nominato Stefano Fabris, Direttore del Dipartimento scienze fisiche e tecnologie della materia del Cnr.
“CHIP4POWER” avrà sede a Catania, presso l’Istituto per la microelettronica e i microsistemi (Cnr-Imm), città dove sorgerà la Linea Pilota.
Ad occuparsi di questa iniziativa è un articolo del Sole 24 Ore di martedì scorso che segnala ritardi, malumori e persino la possibilità che il progetto possa fallire senza tuttavia offrire alcuna motivazione concreta a sostegno di questa ipotesi. Scrive il giornale di Confindustria: “…i malumori di chi si aspettava che l’Istituto per la microelettronica e i microsistemi del Cnr che ha sede da queste parti avesse un ruolo centrale nell’iniziativa. L’aver dirottato la regia di tutta l’operazione a Roma è stato interpretato come un disimpegno da parte della sede catanese dell’Istituto diretto da Vittorio Privitera con poca attenzione alla grande importanza dell’iniziativa che si è concretizzata grazie a un impegnativo lavoro nell’asse Catania-Roma-Bruxelles. Ma questo aspetto, in una vicenda che rischia di diventare paradossale, è forse oggi il meno rilevante. Perché nel frattempo, a partire da aprile dell’anno scorso (quando il finanziamento è stato ufficializzato) a oggi la matassa si è ingarbugliata parecchio e nell’Etna Valley si teme che le complicazioni possano non solo rallentare l’avvio dell’iniziativa ma addirittura metterla in pericolo facendo perdere all’Italia ma soprattutto alla Sicilia un’opportunità unica”.
In realtà, quello che probabilmente ha dato fastidio a qualcuno è stata la nomina del romano Stefano Fabris alla guida del consorzio anziché del direttore della sede catanese del locale Cnr-Imm Vittorio Privitera. Quest’ultimo, in ogni caso, farà parte del Consiglio di amministrazione del consorzio CHIP4POWER” e la sede della nuova linea pilota sarà proprio la città di Catania, come previsto.
Per quanto riguarda la “matassa che si ingarbuglia”, non si capisce a cosa si riferisca l’articolo che prosegue con un tono sempre più allarmistico: “Il nuovo soggetto giuridico, di fatto una startup, ha messo in allarme un po’ tutti: intanto Bruxelles che chiede garanzie sulla reale capacità di questo consorzio che deve gestire oltre 220 milioni di euro, poi dai ministeri (delle Imprese e Made in Italy e della Ricerca) che partecipano al finanziamento con 55 milioni ciascuno e infine dalla Regione siciliana che si è impegnata a cofinanziare con 20 milioni la costruzione dell’edificio che dovrà ospitare la linea pilota: il terreno è stato individuato dal Comune di Catania ma non si sono visti passi avanti. Bruxelles chiede garanzie ai ministeri che, però, tacciono. Insomma un pasticcio che, dicono da queste parti, sta rallentando l’avvio dell’iniziativa.”
Replica Fabris, l’attuale presidente del consorzio: “…Prima dell’attuazione è prevista un’ulteriore fase di negoziazione ed è quello che stiamo facendo: siamo alla fase conclusiva. C’è tempo cinque anni per realizzare la linea pilota e il conto alla rovescia parte a conclusione di questa fase di trattativa di cui dicevo”.
Queste trattative, come abbiamo visto in precedenza, sono previste dal regolamento europeo e tendono ad accertare in maniera più approfondita l’effettiva capacità tecnico-finanziaria di portare a buon fine l’iniziativa da parte degli enti che vi partecipano. In questo caso il consorzio ha un ruolo prettamente amministrativo. Che senso ha paragonarlo ad una startup? Le startup sono tutta un’altra cosa.
L’articolo si conclude con un riferimento all’ecosistema locale che non sarebbe stato coinvolto nella vicenda: ”…La speranza è che il tutto possa essere chiuso entro i primi di febbraio, ma a Catania sono molto scettici e in ogni caso, si dice, resta lo scarso coinvolgimento dell’ecosistema locale.”
Per i tempi della burocrazia europea e italiana riuscire a costituire un consorzio in soli tre mesi e chiudere le trattative con Bruxelles in altri sette non può che essere considerato un successo.
E poi, cosa significa non coinvolgere l’ecosistema locale? I fornitori di attrezzature e materiali, gli enti pubblici e le istituzioni accademiche che non mancano nell’area di Catania, sono pronte a fare la loro parte dopo l’approvazione del progetto.
Casomai c’è da chiedersi come possono l’Italia e l’Europa, con le attuali regole, competere con il resto del mondo.
Quel resto del mondo che, come abbiamo visto, per realizzare impianti, centri di ricerca e progetti innovativi impiega la metà del tempo rispetto a noi.
Per quanto ci riguarda, abbiamo una sola richiesta da fare ai responsabili del progetto: quella di garantire la massima trasparenza. Magari offrendo, mediante un dettagliato sito web, tutte le informazioni sullo stato di avanzamento dei lavori, sulle caratteristiche del nuovo impianto e sulle opportunità per fornitori, utilizzatori e mondo accademico.
Un esempio in tale senso è quello dell’analoga iniziativa pilota tedesca (dedicata però al packaging) APECS Pilot Line di cui ci siamo recentemente occupati, grazie proprio alla grande quantità di informazioni presenti sul loro sito web.
Analoga richiesta ci permettiamo di fare anche alla Fondazione Chips.it. della cui attività esistono scarse informazioni, pur essendo l’ente finanziato con contributi pubblici.



