martedì, Marzo 17, 2026
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È possibile un caso Nexperia in Italia?

È possibile un caso Nexperia in Italia?

Anche nel nostro Paese esiste una fabbrica di semiconduttori controllata al 100% da una società cinese: è la LFoundry di Avezzano (AQ) con oltre mille dipendenti. Qualcuno incomincia a chiedersi se anche in Italia possa scoppiare un caso come quello di Nexperia che coinvolga LFoundry e quali conseguenze potrebbe avere.

In pochi sanno che anche nel nostro Paese esiste un produttore di semiconduttori controllato al 100% da una società cinese.
Si tratta della LFoundry di Avezzano (AQ), storica azienda fondata nel 1989 da Texas Instruments grazie anche a un finanziamento pubblico di quasi mille miliardi di lire. All’epoca, il sito divenne rapidamente la più importante fabbrica europea di memorie dinamiche per computer (DRAM).

La storia di LFoundry

Nel 1998 lo stabilimento venne rilevato dalla multinazionale delle memorie Micron Technology, che avviò anche la produzione di sensori d’immagine CMOS (CIS) con un investimento di circa 1,3 miliardi di dollari in 15 anni.
Nel 2013 Micron mise in vendita lo stabilimento, considerato non più competitivo rispetto ai nuovi insediamenti asiatici.
Dopo lunghe trattative, l’azienda venne ceduta a una joint venture composta da una piccola società tedesca (LFoundry) e da Marsica Innovation, creata ad hoc dal management aziendale italiano.
Dopo la dismissione delle memorie, la produzione si focalizzò sui sensori d’immagine e su pochi altri dispositivi.
Nel 2016 entrò nell’azionariato SMIC, il più importante produttore cinese di semiconduttori che, dopo un tentativo di avviare la produzione di dispositivi logici, nel 2019 gettò la spugna; dopo alcuni passaggi, l’azienda venne acquisita da Wuxi Xichanweixin Semiconductor, società di diritto cinese operante nel campo dei semiconduttori.
Attualmente LFoundry è, insieme a STMicroelectronics, l’unico produttore italiano di semiconduttori.



Il confronto con Nexperia

Nonostante un tentativo di trasformare l’azienda in IDM, ovvero in un produttore che progetta, produce e commercializza chip con il proprio marchio, attualmente LFoundry è una fonderia di semiconduttori, ovvero un’azienda che produce chip per conto terzi.
L’azienda utilizza tecnologie mature, con nodi di processo a 90, 110 e 150 nm, e ha una capacità produttiva di circa 40.000 wafer da 200 millimetri al mese, per un fatturato che nel 2024 è stato di circa 220 milioni di euro, in calo rispetto al 2023. I chip prodotti da LFoundry sono destinati prevalentemente ai mercati dell’imaging, dell’elettronica di potenza e dell’automotive.
Al contrario, Nexperia è una IDM che progetta, produce e commercializza chip e semiconduttori discreti con il proprio marchio.
Nel 2024 ha realizzato un fatturato di 2,06 miliardi di dollari (circa 10 volte LFoundry) con un utile netto di 331 milioni di dollari e una quota del mercato automobilistico del 9,7%.
Bastano queste informazioni e queste cifre per comprendere come le due aziende non possano essere paragonate tra loro. In altre parole, non esistono semiconduttori con marchio LFoundry che vengono utilizzati dai produttori di schede elettroniche per l’industria automobilistica globale.
Sicuramente alcuni clienti di LFoundry utilizzano i wafer fabbricati ad Avezzano per realizzare chip automobilistici, ma i quantitativi sono almeno 50 volte inferiori rispetto a quelli che Nexperia vende alle case automobilistiche e ai Tier 1.
Una crisi di natura geopolitica simile a quella di Nexperia, con un ipotetico stop della produzione, non avrebbe praticamente alcuna conseguenza sull’industria automobilistica globale; inoltre, i clienti di LFoundry potrebbero rapidamente affidare le produzioni di front-end alle numerose fonderie sparse nel mondo che hanno capacità simili.



L’intervento pubblico

Per intervenire nella governance di Nexperia, l’esecutivo olandese ha fatto ricorso al Goods Availability Act, una normativa d’emergenza raramente usata che consente allo Stato di assicurare l’accesso a tecnologie e componenti considerati critici in caso di minacce alla sicurezza o alla continuità degli approvvigionamenti.
Nella comunicazione ufficiale, il Ministero degli Affari Economici olandese ha parlato di “gravi carenze di governance” e di rischio di trasferimento di know-how sensibile. La misura, presentata come “eccezionale e specifica”, segna uno dei più energici atti di intervento pubblico nel settore tech europeo.
In Italia lo strumento legislativo più simile è il Golden Power, che consente allo Stato di intervenire direttamente o indirettamente nel controllo delle imprese di rilevanza strategica per salvaguardare gli interessi nazionali e garantire la sicurezza. Normalmente questo strumento viene utilizzato in fase di acquisizione di una società, come è successo nel 2021 con il tentativo di acquisizione della LPE di Baranzate da parte della società cinese Shenzhen Investment Holdings. Tuttavia, questo strumento consente al governo di intervenire anche in una fase successiva, per contrastare decisioni importanti legate alla sicurezza nazionale.
Esiste poi la possibilità di intervento dell’autorità giudiziaria nei confronti di amministratori che abbiano messo in atto comportamenti fraudolenti nell’esercizio delle proprie funzioni.
Non dimentichiamo che l’amministratore cinese di Nexperia Zhang Xuezheng è stato rimosso dal Tribunale dell’Aia per una serie di operazioni finanziarie, e non solo, decisamente poco trasparenti.
In conclusione, anche nel nostro Paese l’esecutivo e la magistratura avrebbero gli strumenti per intervenire nella governance di LFoundry nel caso di fatti simili a quelli accaduti in Nexperia.
Ma c’è di più: l’esecutivo potrebbe intervenire anche con altri strumenti, come quelli ventilati dalla sottosegretaria Fausta Bergamotto del MIMIT (partecipazione in equity) per un rilancio dell’azienda abruzzese.



LFoundry, una crisi senza fine

Purtroppo l’azienda di Avezzano è in crisi da molto tempo. Da gennaio dello scorso anno sono in vigore i contratti di solidarietà e mancano all’orizzonte nuovi prodotti e garanzie per il futuro.
I sindacati, che richiedono un intervento forte della politica, lamentano la mancanza di un piano industriale serio e di investimenti per il rilancio della produzione.

Presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy si sono svolti numerosi incontri tra i vertici dell’azienda, i sindacati e le autorità locali. Nell’ultimo tavolo di crisi sono stati approfonditi gli ultimi sviluppi organizzativi che hanno interessato la struttura societaria dell’azienda lungo tutta la catena di controllo che riporta alla holding cinese Sparc.
Il MIMIT ha preso atto dei cambiamenti organizzativi e, nel confermare la massima disponibilità a supportare il percorso di rilancio, ha richiesto alla direzione aziendale una presentazione dettagliata sui piani di investimento e sulle linee strategiche di medio-lungo termine. LFoundry si è impegnata a fornire tali informazioni nel corso del prossimo incontro.

Anche a livello locale si susseguono le iniziative. Nell’incontro che si è svolto presso il Comune di Avezzano nei primi giorni di ottobre, i rappresentanti sindacali hanno espresso il loro allarme per una situazione che si fa sempre più grave.
Antonello Tangredi della Fim-Cisl ha chiesto il coinvolgimento di tutte le forze politiche, rivolgendosi direttamente alla presidente Meloni, mentre Michele Paliani della Uilm-Uil ha messo in discussione la strategia industriale dell’azienda ed espresso scetticismo sulle dichiarazioni della sottosegretaria Bergamotto, che aveva minacciato di “togliere di mano l’azienda”; ha inoltre auspicato che LFoundry si presenti al prossimo incontro con un piano serio e un’apertura al dialogo.
Elvira De Sanctis della Fiom-Cgil ha confermato che l’obiettivo è tornare al tavolo ministeriale, che però non ha ancora una data ufficiale.



“Siamo di fronte a una vertenza che non ammette ulteriori rinvii e incertezze: parliamo del futuro di centinaia di lavoratrici e lavoratori e dell’intero tessuto economico e sociale della Marsica”, ha commentato il senatore Michele Fina dopo la riunione presso il Comune di Avezzano.
Fina ricorda l’ultimo incontro di luglio al tavolo ministeriale, a cui ha preso parte: “In quell’occasione, ancora una volta, l’azienda ha scelto la strada del silenzio, senza chiarire le proprie reali intenzioni né presentare un piano industriale degno di questo nome. L’amministratore delegato si è limitato a ribadire genericamente di non voler entrare nel merito delle prospettive per il sito avezzanese. Una posizione inaccettabile, che non offre alcuna garanzia né per i lavoratori né per il territorio.”
“Va ricordato
– prosegue Fina – che la sottosegretaria Bergamotto, davanti a sindacati e rappresentanti istituzionali, si era assunta la responsabilità di dichiarare l’eventuale volontà del governo di entrare in equity nell’azienda, proprio per sollecitare il management a fare chiarezza. Ma evidentemente questo non è bastato. Ora il governo deve convocare immediatamente il tavolo, come si era impegnato a fare.”
“Da parte nostra
– conclude il senatore – garantiamo come sempre il massimo sostegno politico e istituzionale. È il momento di un’azione coordinata e unitaria, come ha richiamato anche il sindaco di Avezzano scrivendo a tutti i ministeri competenti. Solo con un fronte compatto possiamo difendere il lavoro e il futuro della Marsica. Perdere la LFoundry significherebbe infliggere un colpo mortale al territorio: Regione e governo diano subito un segnale concreto.”

Nessun pericolo per l’industria

In conclusione, dal punto di vista della catena di approvvigionamento dei chip per l’automotive in Europa, le due realtà non sono paragonabili: un’eventuale crisi produttiva che coinvolgesse LFoundry non avrebbe effetti significativi sull’industria automobilistica globale.
Sul piano normativo, invece, un intervento diretto del governo nella governance dell’azienda sarebbe tecnicamente possibile con gli strumenti legislativi attuali. Al momento, tuttavia, non sussistono motivazioni concrete per un’azione di questo tipo, se non nell’ipotesi di un ingresso pubblico nel capitale finalizzato al rilancio industriale, come ipotizzato dalla sottosegretaria Bergamotto.

Infine, un’ultima considerazione riguardante l’acquisizione cinese del 2016. Con molta probabilità, considerando la crescente rilevanza strategica del settore dei semiconduttori, una vendita come quella oggi verrebbe bloccata.